Lo spazio circostante cambiò il suo aspetto velocemente, i rumori e gli odori si fecero acuti e penetranti: Gaia Luthien poteva sentire frusciare l'erba del prato e annusare l'odore pungente di fumo e legna bruciata provenire dai falò dei pastori nella brughiera, trasportato dalla stessa leggera brezza che muoveva gli steli.
L'oscurità appena calata non era più tale, perché la sua vista si era improvvisamente sviluppata, e, seppur privata di alcuni colori, aveva acquisito la capacità di distinguere al buio i movimenti anche più impercettibili. Anche l'angolazione era diversa, era più ampia e poteva abbracciare una visuale dell'ambiente senza perdere di vista il suo bersaglio.
Si sentiva agile e forte, agitata da un tremito selvaggio, impaziente; ringhiò, mostrando i denti, cercando di incutere timore all'orribile licantropo che, vedendo trasformare la sua preda in quasi un suo pari, in così poco tempo e così improvvisamente, aveva esitato a fiondarsi su di lei.
Sentì una spinta dal profondo dello spirito ad attaccare, un istinto irrefrenabile, privo di ogni logica, anche quella di una semplice fuga per la sopravvivenza: non era più un essere umano, non più, neppure lei.
Ringhiò ancora e si gettò sul nemico, decisa a non soccombere.
Graffiò e morse, animata da una forza che neanche lei spiegava a se stessa, mentre l'istinto del lupo prendeva velocemente il sopravvento: riuscì appena in tempo ad accorgersene, prima che essa stessa fosse del tutto dominata da quel potere animalesco ed irrazionale che riusciva a tenerla in piedi, piena di adrenalina, coraggio e avventatezza.
Si staccò dallo scontro, consapevole di aver inflitto al lupo mannaro tante ferite quante lui a lei, e corse verso la casa, decisa ad entrare, a chiudersi dentro, per riacquistare forma umana; voleva farlo, prima di perdere completamente la ragione, guidata da troppi odori e percezioni, e, soprattutto, dal sapore ferroso e dolce del sangue che aveva tra le fauci.
Ma l'istinto del lupo era deciso a liberarsi e allora si lasciò guidare nei boschi oltre la sua casa, correndo ed ululando finché ebbe fiato e voce, assaporando i colori del cielo, che mutavano dal viola della notte al rosa morbido dell'alba, nuotando nell'odore del muschio, della resina e del fango, godendo di quello che la circondava.
Quando il sole sorse dal passo e il manto erboso, ricoperto di rugiada, iniziò a brillare di un verde intenso ed accecante, le sembrò di essere rinata, di aver succhiato il midollo della vita tutto in una notte e di sentirsi leggera, liberata da un peso che neanche lei sapeva di portarsi dietro.
Riprese sembianze umane a poche centinaia di metri dalla casa, prima di ricomparire dalla boscaglia, dopo essersi assicurata di essere vestita, accorgendosi di avere la blusa e la gonna a brandelli e non pochi graffi ed escoriazioni, su braccia e gambe.
Allora pensò al licantropo. E allo sconosciuto.
Si guardò intorno in cerca di lui, sapendo che se lo avesse trovato in forma umana sarebbe stato di certo provato fisicamente dalla trasformazione. Ma se l'influsso della luna lo avesse ancora avuto in pugno... Sarebbe stato un mannaro feroce ed affamato come quella stessa notte.
Cosa aveva studiato anni prima a tale proposito? Se lo ricordava?
Eccome... Tornò a correre, perché sarebbe potuto spuntare da ogni dove, e l'unico modo che aveva per mettersi al sicuro era chiudersi in casa, per le prossime ventiquattro ore almeno.
E dopo? Sarebbe tornato a cercare la sua auto? In che condizioni sarebbe versato? Avrebbe chiesto il suo aiuto?
Sul limite della porta si fermò, guardandosi attorno con aria circospetta, mentre all'apprensione si sostituiva la curiosità, furiosa e opprimente, di sapere cosa ci facesse un lupo mannaro alla sua porta, se fosse stato solo un caso o se qualcuno lo avesse mandato appositamente lì per una trappola ben progettata.
E quell'uomo, quell'uomo...
Quell'uomo le ricordava terribilmente qualcuno che aveva voluto dimenticare.
Avrebbe potuto prendere la sua gatta e un ricambio, inforcare la costiera e raggiungere Ardara o direttamente Donegal città, frapponendo tra sé e quell'individuo miglia di distanza, facendo finta che non fosse mai esistito, mai, nessun licantropo, nessuna magia, niente di niente.
Lei non si era trasformata in un lupo, quel genere di cose non esistevano.
Punto.
Sbatté la porta blindata alle sue spalle, imprecando, poi il pensiero andò alla sua gatta che se ne stava chiusa in cucina dalla sera precedente.
La trovò ancora lì: per terra aveva combinato un disastro, rovesciando la busta delle crocchette per tutto il pavimento, e, dopo il misfatto, se ne dormiva placidamente su di una sedia.
- Ah... La giornata comincia proprio bene! - esclamò la padrona, iniziando a chiudere gli scuri delle finestre sopra l'acquaio, e, con una doppia mandata, la porticina sul retro.
Dopo fece lo stesso con ogni genere di apertura al piano terra, accendendo la luce in ogni stanza, dal salotto allo stanzone dietro di esso, dove teneva il suo pianoforte e ogni genere di scartoffie, controllò l'accesso al garage che dava sulla collina, poi si diresse al piano di sopra, chiudendo a chiave le stanze che non avrebbe usato, a parte la sua camera da letto ed un bagno.
Sbarrò anche la via per la soffitta, temendo che quel mostro le piombasse in casa risalendo le rovine del suo vecchio palazzo sul lato posteriore.
Quindi, armata di provviste per almeno una settimana, aspettò.
E nell'attesa non poté che ripetersi le domande fatte non appena era rientrata in casa, nel suo rifugio perfetto e sperduto, dove, fino a quel momento, aveva creduto di venire preservata da tutto il resto, e, soprattutto, da se stessa, da quella parte di sé che aveva rifiutato e che le aveva dato troppi dispiaceri in passato, perché potesse tollerarla più a lungo.
Perché quell'uomo era lì? Perché proprio lui? Ed era... Lui?
Avrebbe aspettato per chiederglielo? Perché lei voleva sapere... Lo pretendeva, ad ogni costo.
Come spesso le era successo nella sua breve vita la curiosità, ancora una volta, fu più grande del buon senso, o della paura.
Così si addormentò in salotto, con il leggero fardello peloso di Shade sulle gambe, la televisione accesa e una gran voglia che fosse già il giorno seguente, perché quelle domande avessero una risposta.
La mattina giunse limpida dopo un sonno senza sogni, infranto dal miagolare teatrale della sua gatta, prima ancora che dal ricordo di quello che era accaduto, presto soppiantato dal frenetico bisogno di sapere se quell'individuo fosse tornato in forma umana, e, di seguito, a cercare la sua auto.
Un'occhiata dallo spioncino del portone blindato e...
Era lì, accasciato vicino alle scale, mentre cercava, in evidente imbarazzo, di coprirsi con quello che rimaneva dei suoi vestiti, che la trasformazione aveva impietosamente stracciato.
Gaia Luthien spalancò l'entrata, squadrandolo da capo a piedi.
Avvicinandosi vide che aveva gli occhi aperti e fissi nel vuoto, la sua fronte era imperlata di sudore, ma il suo corpo tremava di freddo.
- Buongiorno. - bisbigliò l'altro, ancora confusamente.
- A me non pare... Buono. - borbottò a ruota la ragazza, distogliendo lo sguardo, quasi con vergogna - Vado a prenderle qualcosa per coprirla. - aggiunse poi, rientrando in casa, rimproverandosi per non averci pensato subito.
Tornò dopo pochi minuti, porgendogli una coperta a quadri che lui si avvolse intorno al corpo, faticosamente.
- Sta bene? - gli chiese.
- Non molto... - sussurrò in risposta, con voce spenta.
- Deve entrare in casa, ha bisogno di un medico. -
- Nessun medico può curarmi, tutto ciò di cui ho bisogno è nella mia auto. -
- Certo, però ora deve stendersi. - insistette l'altra.
Lo aiutò ad alzarsi e a camminare lentamente, lo sorresse con entrambe le braccia finché non giunsero in salotto e lui si stese su di un divano; allora l'uomo si adagiò sui cuscini con compostezza, deciso a mantenere dignità anche in quella situazione pietosa e deprimente.
Appena steso, la fissò diritto negli occhi e poi sorrise tristemente.
Gaia Luthien lo fissò, a lungo, mentre troppi pensieri si accavallavano nella sua mente, e la testa le doleva, quasi volesse ribellarsi alle costrizioni che si era imposta.
Quell'uomo... Quell'uomo...
Quel sorriso. Ammettere di conoscerlo l'avrebbe fatta infuriare non meno che dover fingere a se stessa che si stava solo auto-suggestionando, cedendo all'illusione fugace di avere di fronte... Quell'uomo.
Un volto fin troppo comune, su di un corpo altrettanto per nulla degno di nota, ed un'espressione talmente neutra da non saltare all'occhio. Eppure lo riconosceva.
E riconoscerlo significava dare per vere troppe cose. Avrebbe dissimulato ancora a lungo, ora che sapeva? E lui, piuttosto, si sarebbe ricordato di lei?
Era calato il silenzio, e quell'individuo non smetteva di osservarla, con sguardo arrendevole.
- Mi riconosci, ora? -
Era tutto un maledetto caso, oppure...
Doveva esserlo, altrimenti...
- Ci conosciamo? - finse sorpresa lei.
Nessun mago si era fatto vivo in quattro anni, nessuno l'aveva cercata. Poi era successo...
- Dove eri finita? Mi stavo preoccupando. Ho temuto di averti uccisa o ferita. - ammise lui, notando con dispiacere le condizioni ancora disastrate dei suoi vestiti e i numerosi graffi che portava sulle braccia.
- Sono stata nel bosco, l'altra notte. Poi mi sono barricata in casa per un giorno intero. - gli raccontò - Si era preoccupato? - chiese poi, con lieve sarcasmo, sorridendo leggermente, fissandolo dall'alto in basso, le braccia incrociate al petto.
E persistere nell'usare la terza persona sembrava così necessario, in quel momento...
- Non controllo io la mia licantropia. - si giustificò l'altro.
- Beh, poteva almeno evitare di farlo davanti a me, ma lei non si ricorda nulla, vero? -
- No, non potrei. - fece una smorfia il mago, quasi stanco di quel giochetto.
- Meglio. - tagliò corto la giovane, felice di non dovergli spiegare della sua trasformazione in lupo. No, non voleva dare segni di cedimento... Doveva continuare a fingere...
- Cosa le devo prendere in auto? Devo chiamarle qualcuno? Lei non può rimanere qui. -
- Gaia Luthien Lith'Myathar. -
Lo sconosciuto l'aveva chiamata per nome, con quella voce gentile, morbida ma ferma, che, ora lo sapeva, non aveva mai dimenticato del tutto. Come se meno di ventiquattro ore fossero state così importanti... Così illusorie. Una fregatura. L'ennesima.
Si morse le labbra, nervosamente, tormentandosi una ciocca di capelli arruffata e piena di piccoli steli d'erba seccati, ancora sporchi di terra da quandosi era mutata, due notti prima.
- Voglio spiegarti ogni cosa, però prima... C'è un bauletto, fai attenzione, se si rompe anche solo una di quelle fiale... - iniziò il mannaro, ma fu interrotto ben presto.
- Stia fermo e non tocchi nulla, chiaro? - lo avvertì bruscamente - Faccio in un attimo. -
L'uomo annuì appena mentre l'altra usciva, ripetendo nella sua mente che lui non doveva rimanere nella sua casa ulteriormente e che doveva togliersi di torno il prima possibile. Non voleva sentirlo spiegare neppure perché era un licantropo e si trovava lì, a casa sua, in un posto che era decisamente troppo fuori mano per essere semplicemente di passaggio.
Non voleva scuse, neppure una sola parola.
L'auto era di fronte al cancello, come aveva detto il mago, ma da subito capì che funzionava perfettamente; lui l'aveva addirittura spenta, e quando Gaia se ne accorse pensò che almeno se avesse lasciato scaricare la batteria tutto sarebbe sembrato più plausibile.
Mentre nella sua mente si stava formando il sospetto che tutto fosse stato architettato ad arte per intrappolarla, guidò fino sotto la veranda e tirò fuori il bauletto, maledicendo il costruttore che l'aveva fatto così pesante.
Lo posò con un tonfo nell'atrio, mentre prendeva coraggio per affrontarlo una volta per tutte, senza mezze parole, senza indugi e senza dargli possibilità di replicare o di raggirarla. Se ne doveva andare, ripeté nella sua mente, e senza spiegazioni di sorta.
Lo sconosciuto soffocò un gemito, stringendosi addosso la coperta, cercando di non pensare al dolore fisico che lo tormentava, e tentò di ragionare, preparandosi mentalmente allo scontro verbale.
Glielo avevano detto che lei non si sarebbe fatta scappare certi particolari e che, avrebbe subito realizzato che quello non era stato semplicemente un incidente.
Allora avrebbe capito e sarebbe esplosa.
Era inevitabile, glielo avevano detto: si sarebbe dovuto scontrare con lei, e alla fine, avrebbe dovuto convincerla.
Non era la prima volta, anche se in questa se l'era decisamente andata a cercare...
Chiuse gli occhi, mentre un improvviso mal di testa iniziava a pulsargli alle tempie e le ferite cominciavano a bruciare sulle braccia e sulle gambe, si concentrò, temendo di non reggere psicologicamente e fisicamente il confronto.
Dopo pochi minuti lei era lì, di fronte a lui, confusa, furiosa e determinata.
- Non voglio spiegazioni. - esordì la giovane strega, lapidaria.
- Magari cinque anni fa le avresti pretese... Od estorte. -
- Non ho la minima idea di cosa lei stia parlando. -
- Non sai mentire, Gaia Luthien. Non sai farlo. Sei sempre la stessa. - sentenziò il mago, socchiudendo le palpebre sugli occhi chiari e febbricitanti. Per un attimo, un solo attimo, il suo sguardo spento fu animato da un'ombra irrequieta, animalesca, che lui ricacciò ben presto lontano con non poco auto-controllo, iniziando a respirare molto lentamente.
- Che improvvisa durezza... -
- So esserlo, se è necessario. -
- Ed ora è necessario? -
- Estremamente. - sbuffò l'altro, soffocando un gemito dolorante.
- Chi l'ha mandata? - domandò bruscamente la ragazza.
- Mi chiedevo se l'avessi capito oramai... -
- No! Chi è lei? Un babbano, uno stregone, un magonò... o un Mangiamorte? -
L'uomo esitò, deciso a lasciarla sfogare prima di parlare di nuovo.
- Mi faccia vedere il braccio sinistro. - ordinò.
- Non porto il marchio di Voldemort, mi offendi profondamente se pensi una cosa simile! -
- Chiunque l'abbia mandata, io la rispedisco al mittente! Io sto qui perché non voglio più avere a chi fare con voi, lo sanno tutti, pure il Primo Ministro! E' stato Caramell, vero? -
Lo sconosciuto scosse la testa, sperando che lei avesse finito di scaricare la sua tensione urlando. In quel momento la giovane si fece seria e smise di gridare, ma non per questo era meno furiosa.
Allora lui intese che aveva finalmente capito.
- E' stato Silente... - era quasi un'affermazione.
L'altro disse di sì con la testa, lentamente.
- Perché? Lui lo sa, gliel'ho detto. Senta, lei può stare qui finché non si rimette ma dopo se ne deve andare e non voglio più vedere stregoni alla mia porta! Glielo dica quando farà rapporto! -
- Lui ha bisogno di te! - disse deciso il mago.
- Per cosa?! Non so più fare magie, niente, neanche alzare una piuma, e poi ho distrutto la
bacchetta! -
- Questo non è possibile, nessuno sopravvive ad un licantropo senza usare la magia. -
- Non l'ho usata, almeno non consapevolmente. - dovette confessare la ragazza, questa volta era palesemente meno convinta delle sue parole.
- Ti sbagli. Io combatto le arti oscure e studio la magia da molto tempo: non mi sono trasformato per la prima volta dopo più di un anno che ho potuto evitarlo per sentirmi raccontare tutte queste frottole! - sbottò lo sconosciuto, quasi esasperato.
Con molta fatica si tirò su a sedere, sul suo viso si disegnò una smorfia ma dalle sue labbra non uscì neanche un gemito. Sospirò lentamente, ancora una volta, come a riacquistare lucidità.
E c'era una forza ed una dignità in quell'uomo, a dispetto del suo fisico provato e del suo aspetto trascurato e povero, che lei non riusciva a spiegarsi e che, in parte, la disturbava.
- Hai un dono raro ed estremamente prezioso per i tempi che corrono, non puoi cercare di nasconderti, prima o poi anche il nemico verrà a cercarti e certamente saprà essere più persuasivo ed ammaliante di me, e allora non potrai più fingere di essere neutrale, loro non accettano un rifiuto... La guerra è ricominciata, da quasi un mese ormai, e ha già fatto una vittima. -
Il mago pronunciò queste parole a voce alta, senza scomporsi o arrabbiarsi, con tutta la forza che gli era rimasta in corpo, tanto da sentirsi improvvisamente di nuovo debole.
Si portò una mano alla fronte che pulsava. La mano tremava e i battiti del cuore erano
aumentati; decise di stendersi di nuovo, altrimenti sapeva che sarebbe di sicuro collassato.
Gaia incrociò le braccia e lo guardò, punta sul vivo: e se lui avesse avuto ragione?
L'orologio alla parete indicava le otto appena passate, il suo stomaco brontolò.
- Ma perché... Perché proprio io? - domandò.
- Non credere di essere così speciale, per quanto una strega dotata: non abbiamo radunato molti maghi e streghe in questo primo mese e, come dire, le stiamo tentando un po' tutte, anche rivolgendoci ai cosiddetti casi disperati. -
- E' davvero consolante... Sapervi già così alla frutta. - sbottò la giovane.
Ma il licantropo si limitò ad un sorrisetto un po' tirato.
Passò qualche attimo di silenzio abbastanza imbarazzante e teso prima che lei tornasse a parlare di nuovo - Le va di fare colazione? Una tazza di tè? -
- Sì, grazie, ma ciò non mi farà desistere dal mio impegno. Ho promesso a Silente che
comunque fosse andata ti avrei protetta, di nuovo, per tutto il tempo che sarei rimasto. Oramai non puoi più stare qui da sola. -
- E come crede di proteggermi se neanche riesce a stare in piedi? No, grazie: se dovrò
difendermi non voglio dover badare anche ad un lupo mannaro malaticcio! -
- Albus mi aveva avvertito che saresti stata un osso duro... Come se non lo sapessi già. - aggiunse lui, tragicamente ilare.
- Si vede che Silente mi conosce bene! - disse lei piena d'orgoglio, fingendo nuovamente di non capire cosa stesse intendendo l'altro.
- Non sarebbe più semplice ammettere che mi conosci? -
- Conoscerla? Non so neppure il suo nome! -
- Remus Lupin. -
Gaia Luthien socchiuse le palpebre, squadrandolo da capo a piedi.
- Non preoccuparti per la mia salute, grazie a quelle pozioni, in un paio di giorni, dovrei
rimettermi, e non dovrei più trasformarmi: ormai la luna ha iniziato a calare... - quindi si fermò, tornando a guardarla, in un misto di malcelata ironia e compostezza - Tu sei sempre molto gentile, signorina Lith'Myathar. - concluse poi con la voce appena piegata dal sarcasmo di quelle parole, eppure, allo stesso tempo, assolutamente quieta ed accomodante, da vero gentiluomo inglese.
La ragazza assunse un'espressione tra l'esasperato e l'annoiato.
- Vado a preparare questa colazione... - aggiunse uscendo dal salotto. Nel frattempo Shade entrò come un fulmine, e, dopo aver annusato sapientemente l'aria e spiccato un balzo silenzioso, andò ad accucciarsi ai piedi dell'uomo.
Dopo aver sorseggiato a fatica una tazza di tè e averla rassicurata che l'avrebbe chiamata per qualsiasi necessità, Remus si stese di nuovo, imponendosi di dormire e di liberare la mente dai pensieri che la opprimevano.
I dolori fisici stavano lentamente diminuendo, grazie ad una pozione preparata ad hoc per permettergli di sopportarli almeno per mezza giornata; l'uomo sapeva bene quanto potesse essere difficile ragionare e pianificare bene le sue nuove mosse mentre il suo cranio era come stretto in una morsa e il suo stomaco bucava e bruciava.
Tuttavia, per quanto si sforzasse di rilassarsi e cercare di dormire, nella sua mente fluivano sempre più pensieri, e, sopra tutti, la consapevolezza di quanto fosse surreale e priva di apparente senso la situazione in cui si era ficcato.
Come suo solito, Albus Silente non aveva dato molte spiegazioni sul perché e sul modo in cui la missione andava compiuta, gli aveva detto solo dove andare, chi cercare e che si sarebbe dovuto trasformare in licantropo, questo ultimo particolare era di vitale importanza.
Solo dopo, nella possibilità (che Silente dava per certa ma che per Lupin era sembrata tristemente remota) che l'oggetto della missione fosse sopravvissuto, avrebbe dovuto dare spiegazioni e cercare, in tutti i modi, di convincerlo ad abbandonare la sua casa e a unirsi all'Ordine.
Nel momento in cui Silente gli aveva dato queste prime linee guida, Remus aveva seriamente pensato che l'anziano preside si stesse divertendo un po' troppo con le vite delle persone che gli stavano attorno, ma era stato solo un pensiero sfuggente, che non avrebbe mai palesato a nessuno, anche se il preside aveva inteso qualche sua perplessità a riguardo.
Remus Lupin, disteso su di un divano all'interno di una casa bizzarra, situata in un posto ai confini del mondo civilizzato, si sentiva tutto tranne un bravo insegnante e un valente stregone.
Certo, il suo ultimo discorso aveva sortito qualche effetto, almeno lo sperava, ma non poteva non nutrire dubbi sulla volontà della ragazza, che pareva oscillare tra il desiderio di spedirlo fuori a calci e la pietà di fronte alle sue condizioni fisiche.
La solitudine sembrava averla resa schiva ed egoista, ma rimaneva comunque una persona di buon cuore: bastava vedere come in poche ore era riuscita a preparargli una camera solo per lui, e quanto si preoccupasse per la sua salute.
E, allo stesso modo, non poteva non mettere nel conto la palese curiosità che l'aveva spinta a non fuggire dopo quella prima notte di plenilunio, e che le aveva permesso di incontrarlo dopo la fine della muta, quasi una parte di sé volesse delle risposte con più forza di quanto lei stessa credesse, e che ciò fosse stato ancor più determinante della paura e del desiderio stesso di liberarsi da una situazione del genere.
Sapeva che cercare di capirla e riuscire ad interpretare il suo comportamento sarebbe stato un primo passo per convincerla a tornare, ma in quel momento tutto gli riusciva tranne cercare di trovare giustificazioni al suo modo di essere, trovare un senso ad un gesto così immaturo come buttare al vento anni di studio in cui si era distinta in molte materie, nello sport e come persona.
C'era solo una cosa che poteva averla fatta desistere dal continuare quella strada e averla spinta a fuggire: la paura. Di cosa poteva al momento solo intuirlo, ma avrebbe cercato di scoprirlo completamente, e velocemente.
Non era passata che un'ora e Gaia era tornata in salotto, sospinta da una curiosità repressa che era decisamente più forte del suo stesso, sterminato orgoglio, suo malgrado.
- Allora... Tornata la memoria? - domandò il mago con un sospiro.
La giovane sbuffò, roteando gli occhi, lo sguardo che saettava dalle finestre al volto di Remus, alternativamente.
- Avanti... -
- Se avessi mai conosciuto qualcuno che si chiamava come lei, signor Lupin, potrei dire di averla già conosciuta, no? -
- Va bene, vuoi continuare questa farsa... Terribilmente da te, non c'è che dire. -
- Lei non sa nulla di me. -
- Ti piacerebbe... Ho buona memoria, sai? E la vecchiaia mi ha reso meno paziente e più umorale di quanto non lo fossi cinque anni fa. Senza contare che pure tu sei peggiorata. -
- Ma come si permette... -
- A volte ho l'impressione che Silente sia proprio disperato per mandare un povero idiota come me a cercare di persuadere una ragazzina viziata come te... Non trovi? -
- Silente non ci ha mai capito nulla, con me. -
- Infatti volevo consigliargli di lasciar perdere, che ti prendesse il nemico prima di noi... Tanto hai sangue valido nelle vene, no? Senza contare che se non ho funzionato una volta, perché avrei dovuto farcela ora? -
Gaia Luthien sgranò gli occhi, stupefatta. Piena d'ira fino alla punta dei suoi rossissimi capelli: l'aveva colpita, quasi affondata, nel suo maledetto orgoglio.
- Maledetto... - sibilò.
- So essere cattivo, sappilo. Non mi piace essere preso in giro. E le buone maniere non hanno mai sortito un grande effetto con te, altrimenti perché implorare un licantropo di trasformarsi per darti una svegliata? Sta funzionando. -
- Lei non è... Così. -
- Così come? -
- Così perfido. -
- No? Perché? Ci conosciamo? - la canzonò Lupin.
La giovane serrò le labbra.
- Oppure no? Ci conosciamo o no? Deciditi. -
- Messer Lunastorta... - digrignò i denti lei.
- Ci conosciamo, allora. -
Gaia Luthien non aggiunse una sola parola, lo fissava e basta, furiosa.
- Mi spiace ma questa volta non posso caricarti in spalla per schiodarti dall'atrio del Paiolo Magico. - la canzonò, mentre l'altra si limitò a ghignare, impermalosita.
- Anche quella volta la mandò Silente? -
- No, quella volta fu un caso. Questa me la sono cercata. Anche se preferisco dire che ero l'unico disponibile per una missione del genere. Il che potrebbe essere lusinghiero, da un lato, e demoralizzante dall'altro, perché... Si vede che non servo molto a Londra. - aggiunse, con una smorfia.
- Certo, il solito modesto. -
- Non sono cambiato neppure io. Cinque anni non fanno miracoli, e tu ne sei l'emblema. -
- Vuole convincermi a tornare martoriando il mio orgoglio? Facendolo a pezzi? Non ha capito nulla di me. -
- Affatto. Voglio solo darti una bella mazzata iniziale, e poi tornare la persona gentile e comprensiva di sempre. Ringrazio mio malgrado il plenilunio che mi rende un po' meno uomo e un po' più bestia, perché non è nella mia indole maltrattare le persone. Tutt'altro... Non farei notare un difetto neppure al mio migliore amico sapendo che non ne soffrirebbe, figurati quanto mi diverto a punzecchiare te... -
La giovane si limitò ad una smorfia che sembrava una linguaccia trattenuta per poco, mentre lui tornava a guardarsi pigramente attorno.
- E' una strana casa la tua... Ma in un certo senso me l'aspettavo. -
- E' quello che resta della dimora secolare dei Lith'Myathar... -
- Ho visto lo stemma entrando dal cancello. -
- Ho provato a farlo togliere ma non se ne vuole andare, e meno male che avevano disinfestato l'area, accade anche con l'edera, la bruciano e quella rinasce, certa magia antica non si toglie neppure con una task force di Auror... -
- Sei riuscita a scoprire cosa è successo al resto della struttura? -
- E' esplosa, devo ringraziare un certo Malocchio Moody che ebbe la brillante idea di disinfestare anche sotto l'evidente minaccia di pericolo! Sa che l'hanno cacciato dal Ministero dopo questa cosa? Hanno dovuto pagarmi i danni e ancora non hanno finito! Potrei vivere di rendita per decenni... -
Remus continuò a stare seduto in silenzio, sorseggiando una tazza di tè, l'unico alimento che riusciva a mandare giù nello stomaco senza provare nausea, mentre gli ingranaggi della sua mente lavoravano ininterrottamente.
La ragazza si alzò in piedi e guardò fuori, gli occhi socchiusi e le mani infilate nelle tasche di un paio di jeans logori; dall'espressione sul suo viso non si riusciva a capire granché.
- Ancora non hai superato del tutto il dramma della tua famiglia, è così? -
Lei si limitò a sbuffare, girandosi nervosamente l'anello che indossava al dito medio destro; era un gioiello antico, la cui pietra riluceva ai raggi provenienti dall'esterno irradiando piccole luci azzurre e rosa brillante: un bellissimo opale, luminoso quasi come un diamante.
- Eppure te ne stai qui, quando con i soldi che hai avuto come indennizzo avresti potuto comprarti un palazzo nel centro di Londra. -
La strega lo fulminò con lo sguardo.
- Il Donegal è la mia casa, lei non ha un legame empatico con la terra da cui proviene? Beh, io sì, e non mi staccherei da questo luogo per nulla al mondo. -
- Io dico che è solo una scusa. -
- Cosa sarebbe una scusa? -
- Tutto, la casa, la fuga, la rinuncia ai poteri... ai quali non hai rinunciato del tutto. -
- Ma cosa ne vuole sapere lei? Perché si ostina a volermi psicanalizzare! Non sono più la ragazzina di una volta! Io sto benissimo qui, ho tutto quello che mi serve, vivo senza preoccupazioni e alla giornata, io mi basto. - affermò piena d'orgoglio.
- Allora perché parli con me? Potresti lasciarmi qui da solo ma ogni dieci minuti mi chiedi come mi sento, potresti evitare di rivolgermi la parola, continuando a parlare nella tua stramba lingua gaelica e invece sembri aver riacquistato un fluido inglese; io non mi ritengo un uomo fascinoso, specialmente dopo la prima luna piena, quindi non credo che lo faccia per puro interesse femminile nei confronti degli uomini. Senza contare che sei ancora qui, dopo tutto quello che è successo due giorni fa. Perché non hai fatto le valige e sei partita per un bel viaggetto, come se nulla fosse successo? Non è la tua specialità, ormai? -
- L'ospitalità è sacra. - postulò Gaia Luthien, roteando teatralmente gli occhi, ed ignorando volutamente le ultime, pesantissime, illazioni dell'altro.
- Questa non è ospitalità, è voglia di socializzare, è il normale desiderio che hanno le persone di parlare quando se ne sono state del tempo in totale solitudine... Solitudine che alla lunga pesa e io ne so qualcosa, credimi. -
- Ancora? Insiste? - sembrò quasi canzonarlo.
- Non è mica un'offesa, io non ti sto giudicando, per quanto mi riguarda puoi anche morirci in questa casa ai confini del mondo babbano. -
Gaia spalancò la bocca sorpresa dalla capacità dell'uomo di essere pungente senza mostrare agitazione, ma parlando sempre con fermezza e semplicità.
- Io mi chiedo solo il perché di tutto questo, non voglio dire che tu abbia sbagliato, tutti hanno i momenti di crisi, l'importante è reagire e rialzarsi, non nascondersi. La volontà di cambiare è giustificabile, ma cosa hai risolto facendo così? Non sei neppure riuscita a non farti rintracciare perché stupidamente sei venuta ad abitare nella tua casa, casa che tu dici di odiare, ma in cui vivi, inoltre odi la magia ma qui ne sento ancora traccia; potevi andare ovunque, in una metropoli, in un deserto, ma sei tornata qui. Tu fuggi da se stessa, ma allo stesso tempo non riesci a staccarti da quello che sei. Io non credo che tu abbia rotto la bacchetta, anzi, credo che da qualche parte tu tenga ancora il baule con lo stemma della sua Casa, con dentro la divisa, i libri, i diari, le fotografie. E questo se ne sta sigillato in un angolo, non lo apri ma neanche lo distruggi. E' in questo limbo che volevi vivere quando te ne sei andata dopo il diploma? O volevi diventare una babbana a tutti gli effetti? Non sei né carne né pesce, né babbana né strega, per quanto ancora vuoi continuare così? Sei talmente giovane, perché buttare alle ortiche tutto, perché tarparsi le ali? Per paura? Un ragazzo di è morto, ucciso da Lord Voldemort, cosa direbbe se ti vedesse? Lui non ha avuto questa possibilità! Di cosa hai paura? -
- Ha finito? - domandò la ragazza, con la voce rotta.
- Sì, per ora. - rispose perentoriamente il mago.
Gaia si girò nuovamente verso la finestra, con la fronte appoggiata al vetro, mentre un fiume di lacrime spingevano contro le sue palpebre socchiuse per uscire, ormai del tutto incapace di mandare giù il peso che le occludeva la gola, bloccandole ogni genere di risposta che non fosse stata semplicemente urla o pianti.
Si voltò su se stessa e uscì dal salotto, senza pronunciare una sola parola, si diresse nell'atrio, spalancò il portone e uscì fuori.
Camminando a passi lunghi si diresse oltre il retro della casa, risalendo la collina e il sentiero che portava al passo, dopo poche decine di metri in salita, mentre le lacrime già le rigavano il volto e nella sua bocca poteva sentire il loro sapore salato, si mise seduta sull'erba, scrutando la costa e il mare sull'orizzonte.
Si chiese perché gli aveva permesso di dirle tutte quelle cose, perché non l'aveva zittito subito, perché non l'aveva già spedito fuori della sua casa, invece che lasciarsi trasportare in quel turbinare di ricordi legati a quella particolare giornata di fine estate. Se ripensava a quelle poche ore, a come si era sentita abbandonata di fronte alla verità, e come invece lui l'aveva sorretta e coccolata, compresa, consolata, se ripensava a tutto quello non avrebbe avuto ragione a fingere di non conoscerlo se non di fronte all'evidenza... Se ripensava a quelle ore... Era diventato nel giro di pochissimi minuti un confidente ed un amico, un Maestro, e le era mancato, poi, le era mancato terribilmente...
Ora invece quell'uomo era di nuovo lì, quasi fosse giunto per terminare la missione che si era sobbarcato quel giorno, e lei non riusciva a tollerare la percezione che era esattamente quello che aveva desiderato che accadesse, ma molto prima.
Molto prima di quei cinque anni che li avevano divisi.
Quante volte aveva sperato di ricevere sue notizie, almeno nel primo mese di scuola, prima di convincersi che non avrebbe dovuto pensarci più, quasi non fosse mai esistito, lui e quelle ore passate assieme?
In quel momento invece non riusciva ad ammettere che era come se una parte di sé avesse davvero avuto bisogno di sentirsi dire tutte quelle parole dure e destabilizzanti, come se avesse atteso tutto quel tempo l'arrivo di qualcuno che nel bene o nel male l'avrebbe tirata fuori dal suo auto-isolamento e che le avrebbe urlato in faccia di scuotersi.
E forse lui era davvero la persona più adatta a farlo.
Inoltre non sapeva se quello che le aveva fatto più male erano state le parole in sé o il fatto che doveva ammettere a se stessa che Lupin aveva ragione. Aveva avuto ragione cinque anni prima, e stava avendo ragione pure allora. Perché quell'uomo apparentemente insignificante era riuscito a dirle ciò che neppure lei stessa riusciva ad ammettere, come se le avesse letto dentro e avesse trovato il bandolo di una matassa arruffata e caotica; lui l'aveva capita e aveva trovato il modo di farla ragionare.
E lo aveva fatto con una naturalezza disarmante, tanto da farla sentire confusa, debole e annientata.
- Maledizione... - pensò, prima di asciugarsi le lacrime con il dorso della mano e di tornare in casa.
Rientrò in salotto senza preoccuparsi di non fargli vedere che aveva gli occhi arrossati dalle lacrime; in un certo senso lei voleva fargli capire che l'aveva fatta singhiozzare, in parte per farlo sentire in colpa, in parte, ma non l'avrebbe ammesso mai, per fargli capire che le sue parole avevano fatto centro.
Trovò la sua gatta che faceva le fusa allegramente ai piedi del mago, facendo il pane sulla coperta, esprimendo così il massimo della letizia felina.
- Shade... - sussurrò - Non dare noia al signor Lupin. - aggiunse con una vena ironica nella voce.
Remus la fissò serenamente, senza dire nulla sui suoi occhi arrossati, senza chiederle nulla, certo che l'altra avrebbe capito, prima o poi.
- Fino a quando continuerai a darmi del lei? - le chiese.
- Una cosa per volta, va bene? - rispose la strega, con un mezzo sorriso sarcastico.
L'uomo scosse la testa chiedendosi perché, proprio lui, doveva fare il primo passo anche per i convenevoli. E per la seconda volta.
- Mi spiace di essere stato duro con te prima, ma è giusto che tu sappia in che situazione ci troviamo. Non abbiamo molto tempo... -
- Ne prendo atto. - disse lei seriamente - Messer Lunastorta... - e sorrise rendendosi conto di stare per usare di nuovo la terza persona, e di chiamarlo con quel soprannome che lui aveva usato per presentarsi durante il loro primo, casuale, incontro - Remus, la borsa che era nell'auto l'ho messa in camera, è l'ultima stanza a sinistra, al primo piano. Puoi usare il bagno che è accanto, ho messo degli asciugamani, del sapone, l'acqua arriva calda direttamente, insomma, se vuoi farti un bagno... però chiudi bene la porta, Shade ha il vizio di entrare nel bagno quando uno è dentro e non la richiude mai... Insomma, ci siamo capiti. - concluse con un leggero imbarazzo.
- Grazie. -
- Anche le fiale nel baule sono in camera, non... -
- Non dimenticherò di prendere la pozione, stai tranquilla. -
- Non si ospita un licantropo tutti i giorni. - ammise la giovane, candidamente, prima di uscire dal salotto.
Scritto da: Galuth (Gaia Luthien, Remus)
sabato, 28 giugno 2008
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Capitolo 01 - Donegal, Cinque Anni Dopo
Se tu riuscissi per una sola volta a fermarti, nella corsa incessante che ti spinge,
da luogo a luogo, senza ricordarti più da dove sei partito, ma senza sapere neanche la tua meta.
Se tu riuscissi per un solo attimo a sostare e ad ascoltare il mare,
aspettando con il respiro sospeso che il sole si immerga negli abissi,
mentre la terra si addormenta e il cielo si sveglia.
Se tu potessi fermarti solo un attimo, in cima alle nostre scogliere,
mentre il vento dal mare ti spinge su e il tuo sguardo vola in basso,
timoroso e desideroso dell'oblio nero sotto i tuoi piedi, allora capiresti.
Perché se tu ti fermassi ad ascoltare, le sentiresti, le note suonate dal mare.
Cullano e destano, come iperboli nell'aria, incalzano senza tregua,
ora morbide, ora aspre; suonano basse e avvolgenti, alte e vibranti,
in contro tempo, senza regole, senza metrica, in un armonioso caos.
Le note si accavallano veloci, rotolano le une sulle altre come le onde del mare,
partono caute come sospiri e poi si infrangono con passione,
rovinose e impavide, contro le rocce della scogliera,
le onde si spezzano, si dissolvono nella schiuma rotta
e muoiono contro le lame scure della terra.
Ma anche la pietra si logora, si livella, si modella,
lentamente ma inesorabilmente.
Il sole tramontava lentamente oltre la scogliera, inabissandosi nell'oceano scuro e denso, lasciando sul cielo strisce multicolori , scie di aerei nella stratosfera, come pennellate distratte e caotiche.
Attorno alla sfera infuocata anche il mare sembrava perdere il suo colore d'inchiostro e riempirsi di riflessi oleosi e cangianti, mentre l'aria era ferma e soffusa, appena spazzata dalla leggera brezza odorosa di salmastro.
Un uomo guidava cautamente una vecchia utilitaria presa a noleggio per una strada costiera che lo stava portando sempre più verso la punta della penisola. Guidava proteso in avanti sul volante, lasciando palesare, a dispetto dell'età, una certa inesperienza con le auto: ogni tanto il motore andava in folle e lui, dovendosi fermare per rimettere la marcia, ne approfittava per dare un occhio alla mappa stradale che aveva disteso con cura sul sedile accanto al suo.
All'ennesimo intoppo della guida, si ritrovò a guardare serio e teso il mare che stava assorbendo la forma del sole e solo dopo essersi reso conto che, per quanto quella strada fosse per nulla trafficata, era pur sempre fermo in mezzo alla sua carreggiata, ingranò per l'ennesima volta la prima marcia, sperando di non doverlo più fare fino a destinazione.
Dopo una curva trovò un bivio e voltò a sinistra, inoltrandosi in una vegetazione bassa e fitta, seguendo la strada sterrata che lo riportava verso l'interno, lontano dalla scogliera e dal mare; allora perse di vista il sole che tramontava dietro una piccola boscaglia e controllò l'ora.
Era ancora in tempo.
In lontananza si vedevano accendersi le prime luci nei cottage dei pastori e dei pescatori del luogo, ne distingueva almeno un paio, sulle colline dell'interno; si aprì il primo bottone della camicia e si passò una mano tra i capelli, che alla nuca stavano diventando umidi di sudore, mentre un leggero senso di vertigine lo colse e lo fece quasi sbandare.
Si fissò nel suo riflesso dello specchietto, diritto nei suoi occhi grigi e febbricitanti.
- Resisti. - si disse.
Sospirò, scacciando per l'ennesima volta dalla mente il pensiero, e il timore, che quello che si apprestava a fare, si sarebbe rivelato un fallimento totale; lui non era il tipo capace di convincere alcuno di qualche cosa, e se non trovava dialogo preferiva lasciare perdere e mettersi da parte, non amava le polemiche, tanto meno dover perdere la calma o essere estremamente severo e inflessibile.
Non era nella sua natura, semplicemente.
Era stato un ottimo insegnante: istruire i giovani era sempre stata la sua passione e una delle cose che gli riuscivano meglio, insieme a trovare la soluzione più razionale possibile ai problemi delle persone che lo circondavano. Ma in questo caso l'insegnamento sarebbe stato solo la seconda parte della missione, mentre sarebbe stata la prima a mettere veramente in dubbio le sue capacità, come uomo e comunicatore, e lui temeva di mettere in luce molti dei suoi limiti, e non solo psicologici, e non poteva permetterselo.
Avrebbe preferito di gran lunga rimanere a Londra come i suoi colleghi, ma poi, consapevole che quello che si apprestava a fare avrebbe potuto aiutarli tutti, anche solo minimamente, aveva deciso di accettare; così era partito, comunque riluttante, e per molti motivi, il primo dei quali era proprio la guida dell'auto, che continuava a dargli problemi.
L'altro motivo, di ben altra importanza, era che si era ritrovato implicato per la seconda volta, ed ora del tutto consapevolmente, nella stessa missione disperata che cinque anni prima gli era capitata per caso tra capo e collo. Ma il suo successo precedente, del tutto casuale e frutto di un'improvvisazione pura, non aveva avuto una lunga durata, altrimenti non si sarebbe trovato nuovamente a tentare una via di patetica persuasione nei confronti di una persona che, era evidente, non ne voleva più sapere nulla del mondo a cui era appartenuta per anni!
C'era pure da chiedersi se chi lo avesse mandato lì non si fosse del tutto fumato il cervello, o peggio... Anche se non era un pensiero a cui avrebbe ceduto tanto facilmente, però, ne era consapevole: con quella missione stava davvero raggiungendo il limite superiore al ridicolo, se non al surreale puro.
Ed in quel momento era davvero propenso a credere a tutto, e se ne convinceva sempre più, mentre attraversava un ponte in pietra e un altro piccolo gruppo di alberi finché finalmente non scorse in lontananza un cancello aperto dall'aria dismessa: in alto si distingueva ancora la figura arrugginita di un cuore, sormontato da una corona, circondato da due mani tese che si chiudevano dietro; pareva un tradizionale Claddagh ma, avvicinandosi, si poteva notare come le due mani fossero in realtà due teste di serpente con le fauci spalancate.
Oltre il cancello si stendeva un viale alberato dall'aria poco curata e decisamente selvatica, i cui alberi non erano piantati simmetricamente, ma in modo sporadico, al termine del quale si vedeva una casa bizzarra, posta in modo palesemente sbilanciato a destra rispetto al viale: a prima vista sembrava l'ala di un palazzo di discrete dimensioni, sopravvissuta al crollo di tutto il resto dell'edificio.
La strada principale proseguiva verso l'interno della penisola, riempiendosi di erbacce e sterpi, ma l'uomo era arrivato a destinazione, appena in tempo.
In quel preciso istante, a qualche decina di metri di distanza, una giovane donna si affacciò alla finestra della sua cucina; accadde d'istinto, come se si fosse sentita osservata. Le era accaduto spesso negli ultimi giorni, dopo l'incubo di due notti prima: i suoi sensi erano tutti tesi, aspettandosi qualcosa da un momento all'altro, ed il continuo pizzicare alla punta dei polpastrelli non faceva che confermarlo.
Contro la sua volontà tuttavia, il suo inconscio e la sua natura si stavano preparando a qualcosa; lei lo temeva, da quella terribile notte, quando si era svegliata di soprassalto, assordata da risate metalliche, con il corpo tremante, e un'orribile sensazione, quasi si fosse squarciato il cielo sopra la sua testa.
Come se la terra avesse tremato e fosse comparso dalle sue viscere un demone enorme.
Allora li aveva visti: due occhi rossi e vermigli, iniettati di sangue, con le pupille sottili e taglienti, come quelli di un serpente.
Se chiudeva le palpebre e si concentrava li aveva ancora di fronte a sé: segno tangibile ed inequivocabile che qualcosa era successo, non molto lontano, qualcosa che, non lo avrebbe mai ammesso, coinvolgeva anche lei, e soprattutto in quel momento.
Cercò la luce degli occhi nell'oscurità, o un segno tangibile di presenza umana, o animale, ma non vi era nulla di animato tra lei e il resto del mondo, per almeno il raggio di un miglio, e lo sapeva bene.
Fuori regnava quasi del tutto il crepuscolo, interrotto sporadicamente da strisce blu e viola, in direzione del mare, mentre nei punti più bui della volta celeste iniziavano a fioccare le prime stelle: presto sarebbe sorta la luna da dietro la collina, era solo questione di minuti.
Era sola, apparentemente.
L'aria della sera era ferma, in attesa di qualcosa che lei non poteva percepire direttamente, ma che intuiva, in un modo sordo, quasi subdolo, quasi che le fronde degli alberi attorno alla sua casa stessero sussurrando parole di avvertimento, in una lingua che non sapeva di conoscere, ma che intimamente poteva sentire, come un canto intimo ed ancestrale.
Ma tutto era avvolto dal silenzio, che incombeva pesante ed elettrico, quasi che l'aria stessa fosse in attesa di squarciarsi, inquieta, come prima di un temporale.
Un miagolio proveniente dal basso la scosse dai suoi pensieri: una piccola gatta si stava strusciando sulle sue gambe emettendo un ronf ronf caldo e ritmico, implorando, con i suoi occhi grandi e verdi, la sua razione di cibo serale.
- Shade. - la chiamò, prendendola in braccio - Preparo subito la tua cena... - aggiunse, afferrando la busta con i croccantini.
La gatta iniziò ad annusarla dietro le orecchie e la ragazza si girò nuovamente verso la finestra, notando qualcosa che prima non c'era: una macchina era ferma davanti al cancello, con il motore e i fari ancora accesi e una figura si stava incamminando sul selciato diretta verso la sua casa.
Lasciò andare il piccolo felino e si diresse fuori dalla cucina, chiudendo la porta dietro di sé, quindi attraversò il corridoio ed entrò nell'atrio circolare dell'ingresso.
Sentì il campanello suonare alla porta prima che riuscisse a guardare fuori attraverso lo spioncino, e magari a chiudere il portone con tutte le mandate della blindatura. Allora si avvicinò alla porta e sbirciò fuori, oltre i dieci centimetri di metallo anti-trapano e anti-taglio, attraverso l'occhio di vetro sull'esterno, distinguendo la figura di un uomo alto e magro, che guardava nervosamente l'orologio da polso e teneva una giacca spiegazzata sulle spalle: non aveva l'aria di cercare rogne, anzi, non pareva proprio un tipo in salute.
Fece per tornare indietro e ignorarlo del tutto, come spesso aveva fatto negli ultimi anni con il resto del mondo, quando il campanello suonò un'altra volta e la mano della ragazza scivolò sul pomello ad aprire il portone, pensando che, certi incontri infausti, accadevano solo nei film dell'orrore.
- Oìche mhaith. - disse, rimpiangendo di non avere mai pensato di munirsi di un fucile a sale per occasioni del genere.
L'uomo si passò il palmo della mano sul volto, senza chiedersi il perché dell'attesa, sperando solo di rimanere lucido ancora per un poco, anche se sapeva bene che non sarebbe dipeso da lui; cercò di distrarsi e scrutò l'orizzonte al di là del tetto di quella strana abitazione con aria preoccupata.
La facciata, illuminata dagli ultimi aranciati raggi di sole, era ricoperta da una fitta edera che ne incorniciava completamente le finestre del piano terra e, parzialmente, quelle del primo; l'ultimo invece era per metà sventrato, e, ad una prima occhiata, così era anche il lato della casa che dava verso le colline, mentre la pietra serena di cui era costituita era probabilmente bruciata o annerita da una esplosione.
Tutto quello che aveva di fronte ai suoi occhi confermava ciò che sapeva, ciò che aveva udito con le sue stesse orecchie un pomeriggio di una piovosa giornata di fine estate, cinque anni prima. E poterlo vedere con i suoi occhi non faceva che ribadire l'effettiva realtà di quella assurda missione.
D'improvviso il portone si aprì, proprio mentre temeva di dover rimandare l'incontro, e, in parte ci sperava.
E sperava sul serio che si fossero sbagliati, o che lei non fosse lì, che fosse in vacanza, che fosse davvero sparita, invece di andare a rifugiarsi come un'eremita nel primo posto in cui tutti sarebbero andati a cercarla.
Ma quando la porta si schiuse, e lui vide alla soglia una figura non troppo diversa dai suoi ricordi, sentì nitidamente sfumare tutte le speranze: la ragazza non era molto cambiata, da quella giornata in cui l'aveva conosciuta e poi parzialmente dimenticata, se non per il fatto che quelle poche ore surreali erano state così distanti e dissimili da quelle che le avevano precedute, e da ciò che poi era seguito.
Ancora una volta dimostrava meno degli anni che aveva, non era cresciuta per nulla di altezza ed era rimasta gracile, magra e spigolosa, pure troppo per la sua età; i grandi occhi azzurri e i lineamenti asimmetrici del viso la rendevano ancora simile ad uno strano folletto ritroso e birbante: aveva lo stesso sguardo attento e curioso, identico. Ma non c'era rischio che lei si ricordasse di lui allo stesso modo, e anche se lo avesse fatto, sarebbe stato per un tempo troppo breve...
- Oìche mhaith. - disse la giovane.
- Parla la mia lingua? - rispose l'uomo, quasi impacciato.
- Oìche mhaith... Buonasera. Lei è inglese? -
- Sì, credo di essermi perso, dovevo arrivare ad Ardara e il motore sta pure facendo i capricci... -
- L'ha già passata Ard na Ràtha, e se prosegue di qua va verso Maghera però... -
Lei parlava in modo frettoloso e schivo, nello strano accento arrotondato della sua terra, che, lui poté notare, aveva riacquistato velocemente. Forse non lo stava neppure guardando davvero negli occhi, forse la luce era troppo poca, forse non lo avrebbe riconosciuto neppure un poco, per quello che sarebbe servito...
Forse se lo avesse riconosciuto sarebbe stato tutto più semplice, e lui non avrebbe dovuto continuare ad insistere, cosa che gli riusciva assai poco...
E male.
- Non sono bravo con le carte stradali. - tentò.
- E voi inglesi vi vantate anche di aver colonizzato mezzo globo, per carità, Erin Go Bragh! - esclamò la ragazza, senza preoccuparsi di aver eventualmente offeso colui che le stava davanti, che tuttavia non si scompose. Se non fosse stato visibilmente stremato avrebbe potuto anche roteare gli occhi, anche se stava quasi facendo l'abitudine a tutte quelle, repentine, conferme: no, non aveva sbagliato strada, no, purtroppo per lui, la giovane irlandese non era cambiata neppure d'un centimetro.
- Scusi se abuso della sua gentilezza ma, la mia auto è forse in panne, io devo arrivare a casa di amici e non so come fare, posso fare una... telefonata? - aveva esitato sull'ultima parola, come se non fosse certo di saperla pronunciare bene.
- Qui non prendono i telefoni portatili, dicono che c'è un campo magnetico variabile, chissà, e poi non ho il telefono in casa, mi spiace, non so che dirle, cammini fino alla fattoria che c'è laggiù e chieda aiuto... Codladh sámh duit: buona notte! - e fece per richiudere la porta.
- Per favore! Sono stanco, mi dia una mano lei... - la implorò, maledicendo quella aria sospettosa e sbrigativa che lei ostinava a tenere, ancora una volta.
La ragazza socchiuse le palpebre, squadrando lo sconosciuto da capo a piedi, ma senza vederlo veramente, come se avesse tra sé ed il resto del mondo un velo leggero e quasi trasparente, ma pur sempre tangibile, che la allontanava e la proteggeva da qualsiasi cosa poteva influenzarla, o turbarla. Ma se lo avesse visto bene in viso, invece che lasciarsi offuscare dalle ombre che disegnavano sul volto di lui segni più profondi di qualsiasi, antica cicatrice, si sarebbe ricordata di quella stessa tristezza nello sguardo, arrendevole e malinconica.
Eppure già si rendeva conto che c'era qualcosa... Qualcosa di dannatamente familiare in lui, ma che la spingeva verso ricordi lontani, che aveva saputo celare anche a se stessa, in modo da non incapparci ulteriormente. Ricordi che una volta rilasciati le avrebbero portato alla mente cosa lei era veramente, per quanto continuasse a negarlo.
Una parte di sé le diceva di tornare in casa, di lasciare quell'uomo al suo destino; l'altra parte le sussurrava cautamente che non avrebbe fatto nulla di male aiutando un viaggiatore disorientato: in fondo, gli irlandesi erano noti per la loro ospitalità, perché non doveva esserlo lei, che era così maledettamente orgogliosa di far parte di quel popolo?
- Si fidi di me... - la rassicurò lui, questa volta stancamente.
- Mi scusi, ma vivendo da soli si diventa sospettosi. - rispose l'altra, quasi volesse giustificare il suo comportamento - Cosa è successo alla sua auto? -
- Mi si è fermata, già da qualche chilometro il motore borbottava... Sembrava una teiera. Allora mi sono diretto verso le prime luci in vista: non so che cosa possa essere successo, non me ne intendo molto di automobili. - ammise l'uomo con altrettanta sincerità.
- Dove l'ha lasciata? -
- Al cancello, era aperto e sono entrato: l'auto è là. -
- Vengo a vedere cosa ha, un po' me ne intendo, magari ha solo bisogno di un po' di benzina, ho una tanica di riserva nella mia auto e gliela posso dare volentieri. - decise velocemente, anche solo per liberarsi di lui il prima possibile.
Lasciò la porta accostata e si diresse verso il corridoio di alberi che delimitava l'ingresso alla casa, procedendo a passo talmente spedito che lo lasciò ben presto indietro, con molta noncuranza.
- Mi segua. - gli disse, voltandosi un poco, per cercare di sfuggita lo sguardo dell'altro, mentre le tenebre calavano sempre più rapide attorno a loro. Lo vide voltarsi un solo attimo, quasi cercasse di scrutare oltre la linea delle colline, prima di tornare a camminare più velocemente dietro di lei.
- E' fortunato. In un altro giorno si sarebbe trovato nell'oscurità più totale: non c'è molta illuminazione sulla strada principale per Maghera, qui non ne parliamo, avrebbe rischiato di uscire di strada... Meno male che stasera c'è la luna piena... - parlò poi la giovane, rivolgendogli un tiepido sorriso, al quale lui non rispose: pareva piuttosto preso dai suoi pensieri.
Attraverso le fronde si potevano intravedere le stelle luccicare in un cielo limpidissimo e, in lontananza, dietro le alture del passo, comparve la luna nella sua interezza.
L'uomo camminava in silenzio, senza voltarsi in direzione del punto che aveva fissato pochi istanti prima, quando un fremito lo attraversò, e sul suo volto provato si disegnò una smorfia stanca, dopo di che sorrise, amaramente, con aria arrendevole e triste.
- Se non riesco a farla ripartire vado a prendere la mia auto e la rimorchiamo fino al mio garage: non vorrei che qualche guidatore ubriaco non la veda e si schianti... Anche se qui non passa mai nessuno: lei è il primo da molti giorni! -
La ragazza continuava a parlare, coprendo le poche decine di metri del viale con passi sicuri e leggeri; lui non l'ascoltava, fissava oltre sé con sguardo vuoto, attendendo il secondo, oramai inevitabile, fremito.
Lei gli spiegava che sapeva come rimettere in moto un auto, perché ne possedeva una d'epoca che faceva sovente i capricci, specie se cambiava il tempo, mentre lui continuava a procedere, lentamente, poco dietro l'altra, mentre le sue orecchie iniziavano a ronzare e la vista gli si annebbiava sempre più.
Accadeva sempre così, da molti, moltissimi anni. Troppi.
Un fremito e poi la calma, accompagnata dal dolore tipico dei muscoli sforzati a freddo, crampi, poi un secondo tremito: allora non udiva più nulla, vedeva appannato e distorto come attraverso un vetro spesso e opaco e si preparava al peggio.
Il terzo ed ultimo attacco lo atterrava, costringendolo a piegarsi su se stesso, facendogli perdere la forza delle gambe e lasciandolo piombare nell'oblio della ragione dove c'erano solo urla, artigli, sangue e zanne.
Così sentì il peso del suo corpo trascinarlo a terra, con un tonfo, mentre già il dolore delle mani, cadute rovinosamente sui ciottoli del viale, si annullava, sorpassato in intensità da quello delle sue ossa, che già scricchiolavano tetre, iniziando a mutare la loro forma: vide la ragazza voltarsi e pregò di non ucciderla.
Fu il suo ultimo pensiero, prima del nulla.
La giovane donna si voltò, di scatto e lo vide cadere su se stesso, piegarsi sulle ginocchia, mentre il corpo era percorso da fremiti: era come se possedesse al suo interno una bestia che si stava liberando dell'involucro umano in ogni modo possibile, incurante di ogni genere di sofferenza fisica che poteva causargli.
- Cosa le succede? - chiese lei con voce acuta, che risuonò così atona ed irreale dalla sua bocca.
Spalancò gli occhi e si portò le mani al viso, del tutto incapace di intervenire o di fare qualcosa: era successo tutto da un momento all'altro, un attimo prima lei gli stava parlando, e ora lo vedeva rannicchiato a terra, in preda a terribili convulsioni.
- Lei ha bisogno di un dottore... - riuscì solo a dire, mentre la sua mente lavorava velocemente per trovare una via d'uscita da quella situazione: doveva agire e subito.
- Resista, vado a prendere la mia auto e la porto in paese... - gli disse sforzandosi di essere il più rassicurante possibile, cercando con la mente di ricordare dove avesse messo le chiavi dell'automobile per trovarle subito, una volta corsa in casa.
Si accucciò alla sua altezza, mordendosi nervosamente il labbro inferiore, con le pupille che balenavano nell'oscurità.
- Mi aspetti qui. - disse con un filo di voce, posandogli una mano sulla spalla.
A quel gesto l'uomo urlò più forte, con voce profonda e roca, come un ululato pieno di disperazione, e con un gesto brusco della mano la spinse indietro, facendola cadere sui ciottoli del selciato.
Allora lo vide inarcarsi in modo impressionante, ergendosi molto più in alto della sua normale altezza, come se le sue braccia e gambe si stessero allungando in modo innaturale; le urla dell'uomo le riempirono la testa, mentre i suoi pensieri parvero per un attimo annullarsi nel terrore: arrancò sui ciottoli seguendo l'istinto di portarsi il più lontano possibile da quella figura che stava assumendo forma sempre meno umana e sempre più animale.
E capì che cosa stava accadendo e che cosa era l'uomo dai modi gentili che le aveva chiesto aiuto poco prima: un lupo mannaro.
Non ebbe il tempo di rimproverarsi per quanto era stata stupida ed ingenua ad offrirgli il suo aiuto, non ebbe tempo di pensare a nulla se non a scappare il più lontano possibile.
Ma la trasformazione aveva già avuto luogo e il licantropo la fissava con occhi gialli e famelici.
Non poteva più scappare, continuava a guardarlo tremando, e chiedendosi cosa avrebbe potuto fare se solo avesse avuto...
Se avesse avuto in mano la sua bacchetta, se avesse pronunciato un solo incantesimo, lo avrebbe respinto; ma aveva giurato di non farlo più, e aveva seppellito la bacchetta sotto strati e strati di libri, vestiti e ricordi, in un baule polveroso della sua soffitta.
Lo aveva deciso dopo il suo ultimo incantesimo degli esami, uno di quelli che aveva dovuto imparare senza l'ausilio della sua arma.
Lo aveva già deciso da tempo, era stata la risposta ai suoi problemi, dubbi e domande.
In quel momento di puro orrore provò intensamente il desiderio di non aver mai fatto quel giuramento a se stessa.
Lo ricordò, in maniera talmente esatta e repentina, che le sembrò che quattro anni non fossero in realtà passati: era lì, di fronte agli esaminatori, pronta per la prova di Trasfigurazione agli esami.
Era lì, con un sorriso spavaldo, certa che li avrebbe sorpresi.
Un attimo dopo era un lupo grigio chiarissimo, quasi bianco, e si lisciava la pelliccia delle zampe con completa noncuranza mentre si compiaceva della perfetta esecuzione dell'incantesimo.
L'unica ammenda che le fecero presente era che si sarebbe dovuta iscrivere il prima possibile all'albo degli Animagus.
- Quanto zelo sprecato. - ricordò. Non le erano mai piaciuti gli esaminatori del Ministero.
Nel turbinare dei suoi pensieri questo ricordo sfrecciò via in un lampo, lasciandole indelebile nella mente la soluzione al problema che aveva davanti, troneggiante due metri e oltre sopra di lei, con le fauci spalancate, bava alla bocca, lunghe zanne affilate ed un folle e animalesco desiderio di farla a pezzi.
Sentì la magia scorrerle nelle vene come linfa vitale.
Chiuse gli occhi, e si trasformò.
Scritto da: Galuth (Gaia Luthien, Remus)
sabato, 21 giugno 2008
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Scena 65 - Un Nuovo Viaggio Ha Inizio
Ronzio, solo indistinto ronzio, mentre il peso del baule trascinato in qualche modo gli indolenziva il braccio. Ryan si arrampicò sul predellino, e senza neanche accorgersene, ne voltarsi indietro, era salito sul treno. Sentiva la testa pulsare e un vuoto, un vuoto totale ed assoluto, di morte, nell'anima. Tutto quello che si era negato di percepire negli ultimi giorni stava per creare un'immensa esplosione, ma nel frattempo si addensava come un macigno, come un piccolo buco nero di emozioni, nascosto da qualche parte, nel suo cuore.
Codardo, vigliacco. Ogni tanto queste parole, ed altre simili, affioravano nella sua stessa mente, anche se i sensi di colpa provati fino a soltanto dieci minuti prima sembravano essere offuscati da quel sottile e silenzioso velo di lana di vetro in cui si sentiva avvolto. Stupido.
Uno scompartimento vuoto, deserto. Vi si richiuse subito dentro, tirando le tende sia sulla finestra che sulla porta, e gettando di lato, con rabbia il baule. Respirava a fatica, in qualche modo se ne stava rendendo conto, mentre un volto pallido e rabbioso lo fissava da un piccolo specchio, appeso sulla parete divisoria davanti a sé. Si batté le mani sulla fronte, con un gemito, un guaito represso. E si sedette. Sentì a malapena quando il treno iniziò a muoversi, quel lento e lieve dondolio della carrozza che prendeva velocità, attaccata alla locomotiva. Eppure, quando iniziò a percepire qualcosa, si stava sentendo come una di quelle carrozze, attaccata ad una locomotiva totalmente sbagliata, che lo stava portando dalla parte opposta a quella che lui avrebbe voluto. Si era lasciato attaccare alla locomotiva sbagliata, e sapeva di esserne in parte colpevole.
Il treno era ormai uscito di stazione, quando lui si alzò di scatto, e con uno schiocco secco spalancò il baule, e con un altro chiuse a chiave la porta. Estrasse la sua divisa, si spogliò e rivestì come un automa, con il pensiero adesso fisso su una cosa. Il pacchetto che lei aveva lasciato sul letto.
Aveva atteso, prima di aprirlo. Si era scioccamente illuso che lei sarebbe tornata da lui, aveva sperato di chiedere direttamente a lei, di quel pacchetto, di vedere il suo volto illuminarsi di nuovo.
Ma questo non sarebbe successo, e ne era consapevole. E ogni volta che lo ammetteva non poteva evitare di avvertire un dolore sottile, come una lama fine e piccola che si insinuava con una lentezza estenuante nelle sue membra, millimetro dopo millimetro.
Scosse la testa, come per liberarsi da quei pensieri che lo facevano sentire ancora più codardo, ancora più melodrammatico. E lui detestava i melodrammi.
Si sedette, di nuovo, e tirò a sé il pacchetto. Se lo rigirò tra le mani, più e più volte, poi d'un tratto iniziò a strappare la carta, lasciando che i brandelli cadessero per terra e sulla poltrona dirimpetto, finché non si trovò tra le mani la cosa che meno si sarebbe aspettato.
Un carillon sferico che riportava inciso il simbolo del Claddagh, due mani che insieme sostengono un cuore incoronato. Aveva visto più volte quel simbolo, solitamente usato negli anelli perché rappresentava la massima espressione dell'amore, dell'amicizia e della fedeltà. Era una tradizione irlandese, e non era strano se anche i babbani usassero quel simbolo come, ad esempio, fedi nuziali. E lui se lo trovò, lucido, tra le mani.
Fu per lui una sorta di botta improvvisa, sorda, come il rumore che fa una pietra pesa e grossetta quando, cadendo in uno specchio d'acqua, ne infrange la superficie.
Con la punta di un dito ne sfiorò piano la superficie, ne saggiò i rilievi e le intarsiature. Con un piccolo movimento ne sollevò il coperchio, e una musica riempì il piccolo spazio in cui si era rinchiuso.
Era il Flatbush che aveva suonato con Gaia, lui con il flauto e lei con il clavicembalo, era una musica lenta, decisamente celtica, una sorta di valzer. Chiuse gli occhi, e non poté impedire di abbandonarsi ai ricordi che quella musica gli facevano riaffiorare in mente, con una lentezza non dissimile a quella della musica stessa, come una danza.
Poi la musica finì, e lui sollevò la testa. Se la sentì leggera, per qualche attimo, poi si alzò, quasi di scatto, e gettò tutto, vestiti e carta da regalo strappata, dentro al suo baule, richiudendolo di scatto. Aveva lasciato fuori solo il carillon, e se lo nascose in tasca, mentre lasciava scattare la serratura della porta, ed apriva le tende.
Stava per uscire dallo scompartimento, quando un gruppetto di ragazzine chiassose del secondo anno venne ad occuparne i posti liberi. Prese il suo baule con stizza e se lo tirò dietro. Fu un vero caso che notò lo scompartimento dove era seduta Anna, assieme a due Tassorosso del quarto anno, entrambi seduti ai lati della porta. Il ragazzo si affacciò, e tossicchiò appena.
Lei sollevò lo sguardo da una lettera particolarmente breve ma che sembrava interessarla molto, cercando meccanicamente chi è che aveva tossito.
Ryan la guardò, abbozzando una sorta di sorriso tirato.
- Ci sono posti vuoti... - mormorò lei, in un atono invito.
- Sì. Grazie. - le rispose lui, trascinando dentro il baule e ficcandolo sulla rastrelliera, seguito distrattamente dai due Tassorosso, e con attenzione da Anna.
Per sollievo di Ryan lei non disse nulla sull'allusione fatta prima dal ragazzo, che sarebbe andato nello scomparto dei prefetti, mentre adesso era da tutt'altra parte.
Si sedette, fissò lo sguardo fuori dal finestrino, incurante dei borbottii degli altri due ragazzi che lo stavano fissando straniti, e del fatto che la ragazza non lo perdesse d'occhio, nuovamente nascosta dietro ad alcune lettere. Ma anche allora restò così per poco, perché si alzò, guardando Anna diritto in volto.
Uno sguardo che lei ricambiò subito.
- Torno subito. - Mormorò lui, e senza attendere risposta della ragazza uscì dallo scompartimento.
Anna restò a fissare la porta per qualche istante anche dopo che lui era uscito, e sospirò. Cercò di concentrarsi di nuovo sulle lettere che aveva in mano, erano un piccolo fascio, di quelle che aveva ricevuto durante l'estate. Quella che aveva aperto prima era di suo zio.
“Carissima,
vi avverto che mi sono divertito molto a sperimentare sul campo le idee di cui mi parlaste quest'estate, quando voi ed il Signor Finneath siete passati in visita qui a Roughburn. Ho il piacere di dirvi che avevate ragione su molte cose, ma che altrettante sono da perfezionare. Sarò lieto di discuterne con voi, con calma, perché comunque abbiamo già una buona argomentazione di partenza da sviluppare e approfondire, e sono certo che voi sarete in grado di arricchire, nei prossimi tempi.
Vi auguro un buon inizio di anno scolastico,
il Vostro.”
La rilesse lentamente, come se le servisse per staccare la testa da tutti i pensieri. Non era quasi nello stile di suo zio, di solito pomposo e diretto, ma comprendeva che l'argomento non poteva essere trattato con la dovuta gravità, nel caso in cui il gufo venisse intercettato. Né le dispiaceva rileggerla, perché l'anormalità di stile di suo zio sembrava avere il potere di richiamare maggiormente l'attenzione su quello che faceva distogliendola da altri pensieri, e anche per una segreta e fine soddisfazione che il senso del discorso le faceva provare. Le parole dell'uomo, infatti, sembravano riconfermare che le sue teorie, che, per quanto imperfette, sembravano averci preso nel segno. Per giunta le poche settimane di stacco dalle ricerche per approfondire meglio altri argomenti le avevano permesso di riordinare le idee in merito, ed era certa che rileggendo i suoi appunti avrebbe avuto più possibilità di notare le imperfezioni, per lo meno aveva più probabilità che non se le avesse rilette a caldo.
Sospirò, e si mise a guardare fuori dal finestrino. Per quanto non vedesse l'ora di rimettersi a lavorare al suo progetto principale, per una volta non era impaziente di mettersi sotto a studiare. Per lo meno avrebbe atteso di rientrare a scuola, e si sarebbe gustata quell'ultimo viaggio di andata verso Hogwarts. E non poté fare a meno di ripensare agli ultimi due mesi, a tutto quello che si era succeduto negli ultimi giorni. Incubo e gioia, tutto mescolato. Si sentì stringere lo stomaco per quello che era successo a Gaia e a Ryan, ma allo stesso modo non poté fare a meno di sentirsi serena, per quello che in fondo era capitato a lei. Aveva toccato punte di felicità e di libertà e di follia inimmaginabili per lei fino ad allora, e per una volta tanto non era sola. Non si sarebbe sentita tale, nonostante la distanza.
Anna non seppe quantificare il tempo passato con lo sguardo fisso fuori dal finestrino, a pensare, ricordare e rimuginare. Fu interrotta solo da uno scoppio improvviso nello scompartimento adiacente, e dalle voci concitate di un paio di prefetti, e di altri studenti che non riusciva a riconoscere. Si ricordò allora di dover fare almeno una cosa, una consegna, oltre alle cose che avrebbe dato a Ryan quando lui fosse tornato. Allora prese un fagotto di carta velina dall'aria pesante dal suo baule, lo infilò in borsa ed e uscì dal suo compartimento. Dovette percorrere una sola carrozza, prima di riuscire a scorgere la persona che stava cercando.
- Loreena... -
La ragazza si affacciò ad uno scompartimento pieno di ragazzine del secondo anno, senza salutare nessuno, e guardò quella a cui si era rivolta, con un mezzo sorriso.
- Oh, ciao Anna! - le rispose sua sorella, riservandole uno sguardo curioso.
- Potresti venire un attimo in corridoio? - le chiese allora la maggiore.
Gli sguardi che si scambiarono le amiche della ragazzina fecero venire ad Anna il desiderio di tramutarle in occhi magici, ma si trattenne, mantenendo lo sguardo fisso sull'unica persona che in quel momento le premeva.
Loreena non rispose subito, sembrava interdetta, con un'espressione del tipo "questa-volta-sono-innocente-non-ho-fatto-niente-lo-giuro", poi si limitò ad annuire ed uscì, e non sembrava propriamente al settimo cielo.
- Ho da darti una cosa... - mormorò la maggiore, dopo aver richiuso la porta dello scompartimento in faccia alle altre.
- Cosa? -
Ma Anna non risposte, stava trafficando con la borsa.
- Non saranno libri, spero... -
- Alcuni libri non ti sono dispiaciuti, mi pare... -
- Ma sono quelli di div... - un'occhiata della sorella maggiore, e la più piccola abbassò percettibilmente il tono della voce, quasi ad un sussurro.
- Quelli che mi prendesti anno scorso sono un altro genere di libri. -
- Nostro zio non ha più insistito sui tuoi studi. - rispose l'altra, tetra, mentre estraeva un po' a fatica il fagotto dalla sacca variopinta.
- Meno male... -
- Peccato, se sapesse in cosa te la cavi meglio sarebbe felice. -
Loreena guardò lei e poi il pacchetto. Infine di nuovo lei. - Ti prego, no. Voglio essere io a decidere cosa, come, quando e perché. -
- Sta bene, ne abbiamo già discusso. - risolse l'altra. - Intanto però prendi questo, che pesa. - aggiunse, porgendole l'involto.
- Cos'è? - le chiese la ragazzina, sciogliendo i nastri di decoro del pacchetto.
- Se te lo dico prima non sarebbe divertente... -
I nastri scivolarono silenziosamente a terra, subito dopo Loreena prese in mano il pacchetto e lo soppesò per qualche attimo.
- Non dirmi che... - sussurrò.
- No, non te lo dico. - la incalzò la maggiore, facendosi da parte per far passare un paio di ragazzi del terzo anno.
L'altra strappò la carta, impaziente, e la lasciò cadere quando si trovò in mano la sfera di cristallo. - Devi aver speso una fortuna. - sussurrò, letteralmente estasiata, lo sguardo fisso sul lucido cristallo.
- Non ci crederai, ma l'ho trovata in un mercatino babbano e la vendevano come fermacarte. -
- Infatti non ci credo. - rise l'altra, riprendendosi. - Chi può essere quel folle che ha rivenduto una sfera di cristallo ad una bancarella di babbani? -
- Non saprei. Ma qualsiasi sia il motivo, hai una sfera di cristallo che ti ringrazia per averla salvata dall'oblio dell'indegno compito di fermacarte, ed io sono contenta che te l'ho potuto regalare ad un prezzo più abbordabile. - mormorò Anna, con un mezzo sorriso, solo lievemente tirato.
- Grazie. - rispose l'altra, abbracciandola forte per qualche attimo, per allontanarsi quasi subito, senza neanche dare il tempo all'altra di ricambiare. - Se non ti dispiace vorrei farla vedere alle mie amiche... - aggiunse, mentre apriva la porta dello scomparto e sorrideva alle tre ragazzine, che nel frattempo avevano spiato la scena dai vetri della porta.
- Certo. Ma ricordati cosa ti ho detto. -
- Sì, non trascurerò lo studio per una cosa che non mi servirà ben prima del prossimo anno... -
Anna parve leggermente ghiacciata. - Ottimo. - mormorò, guardando la più piccola rientrare nello scompartimento. Si mordicchiò un labbro, e con un breve cenno della bacchetta fece sparire la carta strappata dal pavimento, prima di tornare indietro, ad attendere che quel viaggio avesse fine.
Scritto da: Anna (Anna, Loreena, Ryan)
mercoledì, 21 maggio 2008
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